Davvero molte grazie a Julio Loredo dell’Associazione Luci sull’Est per avermi aiutato a entrare assieme a voi nell’argomento che ci occuperà durante questa mattinata, e che io effettivamente vorrei improntare a quella tripartizione che il “dottore angelico” san Tommaso d’Aquino chiamava “la norma retta dell’agire umano”, che qui è stata ricordata: Vedere - Giudicare - Agire. Nella mezz’ora circa durante la quale vorrei intrattenermi con voi, il mio sforzo, il mio tentativo vorrebbe davvero essere quello di fornire uno sguardo alla situazione religiosa nel contesto italiano; fornire uno sguardo che ci consenta di operare, di fornire un giudizio sulla situazione nella quale ci troviamo, affinché questo giudizio possa costituire la premessa di una corretta azione, ciascuno nell’ambito in cui è stato chiamato a operare.
E la riflessione d’apertura dalla quale mi vorrei muovere per introdurre il nostro argomento, prende lo spunto da una riflessione del regnante Pontefice Benedetto XVI, il quale, in occasione del discorso di auguri natalizi dell’anno 2006, si chiedeva: “Può ancora l’uomo europeo di oggi dire di sì a Dio e al suo progetto?”. “Sì, lo può!”, rispondeva, “perché egli è stato creato per questo”.
Ci si potrebbe domandare: “Ma perché una domanda così retorica, tutto sommato, sulle labbra del Sommo Pontefice?”.
Perché la situazione nella quale ci troviamo a vivere - che suggerisce il quesito: “Può ancora l’uomo europeo di oggi dire di sì al suo progetto?” - è una situazione delicata, e questo sottolinea la risposta che fornisce il Sommo Pontefice; sottolinea una specifica forma di speranza teologica: sì, l’uomo può rispondere a Dio e al suo progetto! Una forma di speranza teologica che è calata in un contesto assai delicato, qual è quello attuale, contesto che è stato qualificato da molti pensatori come “l’epoca della post-modernità”.
Un parolone, certo, ma un parolone già adottato da Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et Ratio, nel quale qualificava appunto l’epoca attuale come un’epoca post-moderna, caratterizzata, lo cito, “per l’emergere di un insieme di fattori nuovi che, quanto ad estensione ed efficacia, si sono rivelati capaci di determinare cambiamenti significativi e durevoli.”
Un’epoca, quella post-moderna, che, molto schematicamente, potremmo definire come l’epoca che succede alla modernità, laddove per modernità intendiamo quell’epoca caratterizzata da due battenti storici - 1789/1989 (duecento anni esatti che hanno accompagnato la storia dell’umanità, particolarmente occidentale) -, dalle ideologie e, venuta meno la quale, si affaccia una nuova epoca, la nostra, quella post-moderna, che è caratterizzata da cambiamenti significativi e durevoli, anche nel contesto religioso. Perché anche nel mondo religioso si sono determinati questi cambiamenti significativi e durevoli, e l’osservazione del quadro, l’osservazione di questi cambiamenti, ci permette di fornire una valutazione sul più ampio contesto sociale nel quale ci troviamo a vivere.
Vedete, nella mia attività lavorativa mi occupo di svolgere un’osservazione sociologica dei fenomeni religiosi, e i padri della sociologia ci insegnano che gli edifici sociali, le società, poggiano su quattro pilastri: la famiglia, l’economia, la politica, la religione. Queste quattro colonne, e lo stato di salute di queste quattro colonne, ci dicono qualcosa sulla capacità dell’edificio di rimanere in piedi.
A seconda di com’è la situazione della colonna familiare, politica, economica o religiosa, l’edificio rimane in piedi o cade. E l’osservazione che noi vorremmo fare è un’osservazione del contesto più squisitamente religioso, e in particolare sul contesto del fatto religioso nel nostro Paese.
Ma se Benedetto XVI ci offre una speranza teologica nel rispondere al quesito, dicendo che certo, l’uomo di oggi può ancora rispondere di sì al progetto di Dio sugli uomini e sulla storia, io direi che vi può essere anche una speranza sociologica, che ci deriva da un’osservazione del fatto religioso nel nostro contesto.
E dove andiamo a collocare questa speranza sociologica? La andiamo a collocare in uno scenario più ampio, che è lo scenario della pluralità del fenomeno religioso, il quale, d’altro canto, corrisponde alla pluralità di tutti i fenomeni che accompagnano la storia moderna.
Ci troviamo in un’epoca di pluralità politica, culturale, economica, e anche il fatto religioso non viene meno, non si sottrae a questo fenomeno di pluralità. Un fenomeno che gli analisti, gli osservatori, hanno - particolarmente negli ultimi 50 anni - cercato di descrivere, cercato di leggere sulla scia di un concetto, di una categoria, di un’interpretazione, ovvero la categoria di “secolarizzazione”. Secolarizzazione, cioè, parafrasando quanto ricordava Giovanni Paolo II in un discorso ai vescovi dell’Emilia Romagna, “l’espulsione della finalità religiosa dai singoli atti della vita degli uomini e delle società”. Ovvero, il fatto religioso, l’esperienza religiosa, non più capace di incidere sulle grandi scelte sociali, culturali, politiche, economiche del mondo, bensì ridotto a una dimensione intima, personale, sentimentale, emozionale. La secolarizzazione, quindi, come esclusione della finalità religiosa dai singoli atti della vita degli uomini e delle società.
Quest’idea, l’idea della secolarizzazione, cioè del venir meno della capacità del fatto religioso d’incidere sulle scelte delle società, è un fatto che è stato descritto direi a partire dagli anni 1960, particolarmente dopo la pubblicazione di un’opera di un teologo statunitense, Harvey Cox, il quale, nel suo volume La città secolare, descriveva, appunto, così la situazione del contesto attuale. E non è un caso che altri studiosi, uno tra gli altri Anthony Wallace, si chiedeva in quel periodo: “Qual è il destino del fatto religioso sul finire del secondo millennio?”. E rispondeva così, semplicemente: “L’estinzione!”.
Erano gli anni in cui questa interpretazione del divenire religioso nelle società veniva descritto come un orizzonte finalizzato all’estinzione. Le società, le Chiese, si dovevano attrezzare al fatto che all’uomo moderno, di Dio non interessava più!
Ma, un po’ come la storia si è incaricata di dimostrare, un po’ come alcuni osservatori attenti hanno cercato d’interpretare, è successo quello che succede agli studiosi d’insetti, i quali, osservando i calabroni - cioè degli insetti molto simpatici che gli studiosi ci dicono hanno caratteristiche tali per cui non possono volare -, scoprono che, non sapendolo, i calabroni volano lo stesso!
L’uomo moderno è un po’ così: gli avevano detto che non può credere in Dio, ma la domanda di senso religioso, di fine ultimo della vita, rimane nel cuore dell’uomo e l’uomo, nonostante le tesi degli specialisti, se ne disinteressa e crede ancora.
Allora il dibattito sulla secolarizzazione è un dibattito interessante e ci mostra, in effetti, che è successo qualcosa, ed è successo particolarmente qualcosa, potremo dire, come il momento cruciale della storia sul finire del secondo millennio, che è il crollo delle ideologie.
Perché, in un certo senso, il crollo delle ideologie, la fine della modernità intesa come epoca delle ideologie, ha fatto riaffiorare quella che è una domanda comunque centrale nella vita degli uomini, e il senso religioso ha riacquisito visibilità. Lo ha riacquisito sia nei grandi dibattiti sociali, ma anche le cifre, anche i dati statistici ci stanno a dire che, in effetti, le cose non andavano precisamente come ci erano state maliziosamente profetizzate.
Dovessimo andare, per esempio, ad analizzare la situazione italiana, se osserviamo alcuni dati che qui vi fornisco in via del tutto semplificata, vi è un’indagine che viene svolta ogni 10 anni - l’Indagine Europea sui Valori, che ha rilevanza mondiale - e quanto agli anni 1980, al decennio 1990, e l’ultima realizzata nel 1999, ci sta a dire, per esempio, che la pratica religiosa cattolica in Italia è passata dal 35, al 37, al 39%.
Allora, come? Ci avevano detto che con l’avanzare della modernità sarebbe diminuito l’interesse per il fatto religioso, ma poi, andando a vedere i numeri, i numeri dicono qualcosa di diverso. Dicono che c’è un “reincanto” del mondo, contrariamente alla tesi del “disincanto” del mondo. E anche in altri ambiti statistici potremmo rilevare questa caratterizzazione della nostra società.
Ma se solo noi volessimo stare alle cifre, che pure dicono qualcosa, anche alcuni esempi macroscopici indicano del ritorno del fatto religioso, particolarmente cattolico, al centro dell’interesse sociale.
Pensiamo all’interesse, all’eco che hanno gli interventi della Chiesa su leggi che toccano la vita e la famiglia nel contesto italiano, pensiamo - per citare episodi recenti - al successo delle indicazioni della Conferenza Episcopale in tema di referendum sulla fecondazione assistita, che stanno a dire che non è vero che l’uomo italiano, l’uomo contemporaneo, l’uomo europeo, è necessariamente disattento al cuore dell’insegnamento ecclesiale. Pensiamo al macroscopico interesse generato da fenomeni marcatamente religiosi, riportando la memoria all’episodio della morte di Giovanni Paolo II, che ha generato un’ondata d’interesse attivo della popolazione.
Certo, si potrebbe dire: “Ma era un Papa in qualche misura carismatico, che aveva saputo attrarre le folle, l’interesse dei media per il suo carattere”. Eppure, se andiamo a leggere le cifre rilasciate dalla Santa Sede, scopriamo che alle udienze del mercoledì dell’attuale pontefice Benedetto XVI, partecipano più persone di quante partecipassero alle udienze di Giovanni Paolo II!
Abbiamo sostituito “Her professor” a un Papa “Attore” (chiedo scusa per l’annotazione, che non vuole affatto suonare irrispettosa), e non ha interessato meno la nostra popolazione, ma, apparentemente, la interessa di più. Pensiamo al successo del progetto culturale lanciato dal cardinale Camillo Ruini, all’epoca presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e alla capacità d’incisività che questo progetto, che ha accompagnato la Chiesa italiana per un intero decennio, ha avuto, tanto che uno dei più significativi sociologi della religione, Franco Garelli, preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, in un suo recente volume - L’Italia cattolica dell’epoca del pluralismo - segnala, elencandoli uno dopo l’altro, tutti gli argomenti d’interesse che la Chiesa italiana ha riportato al centro dell’attenzione pubblica, e finanche al dibattito socio-politico quotidiano.
Quindi, questo venir meno dell’interesse religioso sembrerebbe contraddetto. Eppure, quando noi affermiamo che in Italia il 35% circa della popolazione non solo si dichiara, ma è cattolica praticante (quelli che si dichiarano cattolici, in Italia, sono circa il 90% della popolazione, ma altra cosa è quanti praticano una testimonianza effettiva, concreta, coerente con la loro fede), ci rendiamo altresì conto che, per quanto cifra percentualmente significativa, rappresenta in ogni caso una cifra minoritaria, perché c’è un altro 65% della popolazione. E questo 65% della popolazione, come si pone di fronte al fatto religioso?
Si pone in una situazione che è curioso descrivere, perché abbiamo circa un 5% degli italiani che si dichiarano - alla domanda dei questionari, in vari questionari svolti -atei o agnostici. Ed è una cifra, tutto sommato, minore rispetto a qualche decennio fa, al punto che, faccio un esempio, la Santa Sede ha chiuso il Pontificio Consiglio per il dialogo con i non credenti, perché i non credenti - quelli tematicamente militanti - non si trovano più. Certo, abbiamo Odifreddi, tanto per fare un nome, ma si tratta di un fenomeno liminale e secondario. Sta di fatto che, alla domanda “Credi in Dio, sì o no?”, circa il 5% degli intervistati dice “no”, mentre fino a qualche decennio fa la situazione era ben diversa.
Quindi, 35% più 5% fa 40%. C’è allora un altro 60% di popolazione italiana, all’interno del quale (tanto per dare un’idea) una fetta assai minoritaria, il 2% circa, che partecipa a qualche forma alternativa religiosa, sulla quale, come ricordava il Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985, si potrebbe svolgere efficacemente, se solo lo si volesse, qualora se ne avessero gli strumenti, se solo ne avessimo la vocazione, il coraggio, un apostolato efficace.
In Italia sono presenti all’incirca 650 religioni organizzate, il che dà, come dire, la sensazione della frantumazione. Cioè 650 modi diversi di organizzare delle risposte alle domande che forniscono il senso religioso: Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? C’è Dio? Perché esiste il male? A queste domande, che costituiscono in qualche modo il cuore del senso religioso, ci fu un’epoca in cui esse trovavano una risposta omogenea, ed era la prospettiva cattolica, che costituì il cuore di una civiltà.
Poi, questo quadro si è rotto: da uno a due. Il vescovo e teologo Jacques-Bénigne Bossuet, vissuto a cavallo fra il XVII e XVIII secolo, diceva più o meno: “È il primo passo che conta”. La rottura fondamentale è dall’uno al due, quando, quel giorno del 1517, un monaco agostiniano entra nel cortile del castello di Wittenberg e affigge alla cappella un foglio con 95 tesi. Si chiamava Martin Lutero. Nacque così la cosiddetta riforma protestante, “perfezionata” qualche anno dopo dalla Confessione di Augusta.
Da uno a due, ma oggi nel mondo esistono, dati del 1999, circa ventimila “sette” protestanti.
È la frantumazione! È una parola efficace: “Viviamo in un mondo in frantumi”, ci ricordava negli anni 1970 il premio nobel per la letteratura Aleksàndr Solzenicyn. Frase felice, anzi felicissima, perché ripresa - nel 1984 - al numero 1 dell’esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et Paenitentia di Giovanni Paolo II, il quale descriveva così la società moderna: “Viviamo in un mondo in frantumi”. Un mondo che si è “spaccato” culturalmente, politicamente, economicamente, religiosamente; al punto che quante religioni ci sono oggi nel mondo? Centinaia, migliaia.
E in Italia, paese tradizionalmente cattolico? Seicentocinquanta. Che totalizzano quanti fedeli? Pochi, messi assieme. Con il mio direttore, il professor Massimo Introvigne, abbiamo realizzato un’enciclopedia delle presenze religiose nel nostro Paese, e ne contiamo appunto 614, per un totale di 1.124.300 cittadini italiani: l’1,92% della popolazione.
Togliamo i testimoni di Geova (circa 400.000), togliamo i pentecostali - di cui si è parlato proprio ieri in occasione del Concistoro -, togliamo i pentecostali delle Assemblee di Dio (150.000). Mettendo insieme solo queste due famiglie, 2 su 614, fanno circa la metà di tutte le minoranze. E gli altri? Gli altri sono realtà che non di rado, numericamente non totalizzano (sia detto senza mancanza di rispetto, ma per capirci senza lunghe digressioni) più partecipanti di una riunione di condominio. Ma chi sono? Quanti sono gli Hare Krishna, in Italia? Ipotizziamo cinquecento. Quanti italiani credono nella reincarnazione? Quasi il 30%.
Ma come? Cinquecento Hare Krishna e 30% di italiani che credono nella reincarnazione? Come si sposano questi dati? È la nuova religiosità, che non sono le nuove religioni, ma sono uno degli effetti delle nuove religioni, che diffondono un clima, una mentalità. Quanti italiani credono nella possibilità di essere visitati durante la loro vita da un extraterrestre? Circa il 20%. E quanti credono di poter comunicare con gli spiriti dei defunti, mediante una seduta spiritica? Altrettanti. Ma fanno parte di un gruppo religioso spiritista? Nemmeno per scherzo!
È un fenomeno molto interessante, che la sociologa anglosassone Grace Davie descrive come il “credere senza appartenere”. Noi scopriamo dalle statistiche che, ripetiamolo, il 35% circa degli italiani è cattolico, il 5% degli italiani è ateo agnostico, il 2% degli italiani appartiene a una nuova religione. Mettendo assieme queste cifre, otteniamo il 42%. E gli altri, la maggioranza assoluta della popolazione? “Credo, a modo mio”.
Cioè, la prospettiva religiosa o spirituale ha un senso nella mia vita? “A modo mio”. Vado a Messa a Natale o a Pasqua, ai funerali dei cari, ma allo stesso tempo credo nella reincarnazione quale ipotesi sul destino della vita. “Ho letto un libro che mi ha interessato sul New Age, ho visto un film o una trasmissione televisiva, ho assistito a una conferenza, e mi sono fatto questa idea. Certo Gesù Cristo era un grande profeta, però la Chiesa cattolica è troppo rigida; mi sono fatto una mia idea del fatto religioso…”.
Ora questo “credere a modo mio” costituisce di fatto la barra di mercurio del termometro che ci indica la temperatura del nostro contesto religioso. Che è un contesto di forte tenuta della prospettiva cattolica, per quanto si tratti di una tenuta, non voglio dire ambigua, però in una maniera che va fecondata, perché, da una parte il 35% degli italiani si dichiarano cattolici praticanti, ma d’altro canto, se poi andiamo a vedere nei questionari come rispondono questi praticanti ad alcune domande centrali rispetto alla fede, scopriamo che in materia di fede, di etica, di morale, allora il quadro si fa un pochino più complicato, perché anche all’interno del mondo cattolico va considerata quella frantumazione che abbiamo precedentemente evocato, che ha provocato dei danni.
Il processo di secolarizzazione, o perlomeno quanto è stato favorito dall’ideologia del secolarismo, ha prodotto i suoi effetti anche nel nostro mondo, e fenomeni sociali ai quali assistiamo, che non vanno osservati con timore, ma come una sfida che esige una risposta, e che stanno sotto i nostri occhi, hanno la capacità di mutare ulteriormente il quadro sociale dal punto di vista religioso, nel quale ci troviamo a vivere.
In un indicatore uscito qualche settimane fa, il dossier statistico sull’immigrazione del 2007 curato dalla Caritas, scopriamo una cosa curiosa fra le tante, scopriamo che nel 2006 è aumentato del 26% il fenomeno migratorio nel nostro paese. Il 26%… Oggi il fenomeno della migrazione nel nostro Paese costituisce il 6,2% del totale della popolazione. La città nella quale vivo, Torino, nel 2007, dato recente di un’indagine condotta dalla Fondazione Agnelli, un nato su tre è straniero. Fra sei anni, capite, le classi delle prime elementari si dovranno atrezzare ad avere uno scolaro su tre non italiano. Cambia qualcosa nel panorama? Insomma, qualcosa cambia. Quest’anno, per la prima volta, gli ortodossi immigrati in Italia sono superiori ai cattolici. Quest’anno, per la prima volta, gli ortodossi superano i musulmani nell’immigrazione complessiva nel nostro Paese.
Assistiamo a un trend all’interno del quale l’Italia, entro 5 anni, sarà il Paese europeo con la più alta immigrazione straniera, che supererà, entro il 2012, il 10% della popolazione complessiva, con una presenza, per esempio, musulmana nel nostro Paese di circa due milioni di persone. Questo cambia qualcosa, cambia le dinamiche, i fenomeni? Le cambia certamente, verrebbe da rispondere.
E le comunità ecclesiali si accontenteranno della tenuta del fenomeno religioso fra la popolazione, considerando che, se andiamo a spulciare le statistiche, scopriamo che questa tenuta è statisticamente supportata dal fatto che si radicano nella pratica cattolica le persone che hanno superato i 50 anni? E, quindi, cosa dire delle generazioni giovani, che ne sarà di loro, quale capacità d’incisività avranno nella prospettiva, e quali considerazioni offre il Magistero rispetto a questo scenario, che solo succintamente ho cercato di descrivere?
Lo scenario che indica il Magistero è stato riassunto da Benedetto XVI nel discorso ai partecipanti al Quarto Convegno nazionale della Chiesa italiana che si è svolto a Verona nell’ottobre 2006.
Benedetto XVI descriveva l’attuale situazione italiana come caratterizzata da una minacciosa nuova ondata di “illuminismo” e di “laicismo” e, per altri versi, “costituisce, al tempo stesso, un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana”. “La Chiesa, infatti, qui è una realtà molto viva, e lo vediamo, che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione. Le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti, mentre è in atto un grande sforzo di evangelizzazione e catechesi, rivolto in particolare alle nuove generazioni, ma ormai sempre più anche alle famiglie. È inoltre sentita con crescente chiarezza l’insufficienza di una razionalità chiusa in sé stessa e di un’etica troppo individualista: in concreto, si avverte la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà. Questa sensazione, che è diffusa nel popolo italiano, viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede. La Chiesa e i cattolici italiani sono dunque chiamati a cogliere questa grande opportunità, e anzitutto ad esserne consapevoli”.
In questo brano, Benedetto XVI mette in luce due binari del discorso: da una parte, una minacciosa nuova ondata di illuminismo e di laicismo, ma d’altro canto un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana.
Lo stesso Pontefice, che in altra sede descriveva il nostro continente come un continente che gli sembrava pronto a “congedarsi dalla storia” (è una frase molto forte che dice, evidentemente, relazione anzitutto al terribile crollo demografico), è allo stesso tempo, nella voce dello stesso Pontefice, “un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana”.
Qui è il nodo, a mio avviso, della sfida che il nostro contesto, anche alla luce dei dati che abbiamo condiviso, i cristiani sono chiamati a sciogliere, consapevoli, io credo, sia degli aspetti problematici che il contesto contemporaneo pone, ma anche degli aspetti che forniscono oggetto di speranza sia teologica, sia sociologica, come abbiamo cercato di dire in apertura. Consapevoli, come credo dobbiamo essere, che gli uomini del nostro tempo alla ricerca di Dio - per quanto confusamente alla ricerca di Dio - sono tuttavia la testimonianza della possibilità di svolgere un apostolato efficace e che è quindi, allo stesso tempo, entusiasmante, presso una fetta non minoritaria, ma assolutamente maggioritaria della nostra popolazione, che può così costituire e prendere lo spunto per un nuovo fervore cristiano che potrà caratterizzare il terzo millennio della nostra civiltà.
[Il testo riproduce la trascrizione della registrazione dell’intervento svolto, di cui si è mantenuto lo stile parlato] |